E dunque necessario? Cercare di capire se è giusto ciò che si fa e dove si va. Tanto non immagino cosa ci possa essere di meglio di quello che si è scelto, la vita in fondo è governata dal caso, una legge incontrollabile che livella le scelte. Quindi cambiavo la via secondo il rumore dei miei passi, la direzione era quella dove le suole sbattevano con suono più ottuso. Non cercavo un senso, lo facevo e basta. Avvicinarsi lento al futuro è un’inattesa verità che non sono mai riuscito ad accettare, il presente scivola via, il passato è rassicurante. Ma lascia quel senso di inespresso, non realizzato. E’ frustrante vi dico. Per cui camminavo senza pentimento verso quel luogo sconosciuto che mi attendeva.
L’attesa è induzione, vago sforzo che vale una scommessa quasi sempre persa. E si scendeva ripidi verso l’imbrunire.
Il percorso diventava vagamente roccioso per poi divenire una parete quasi verticale, finalmente ostacoli ad un incedere noioso e ripetitivo. Salvezza per uno spirito stanco. Ancora il sole illuminava giallo il mio percorso ma ero insofferente alla luce. Non aspettavo altro che sparisse lasciando ombre confuse, poter scavare e trovare le ultime forze per correre e saltare, rischiare la vita per sentire di possederne almeno una. La semplice quotidianità affoga l’animo in frustrazione e rabbia contro banalità che si rincorrono, e io ero stanco. Stanco ma ancora troppo sicuro di me e dalla mia capacità di fronteggiare gli eventi.



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